
“La Calabria non è come il “brutto anatroccolo”. Di Filippo Veltri

(Callive Edizioni, 96 pp, 14 euro). “Piccolo e nero” diceva di sé Calimero il brutto anatroccolo in una celebre pubblicità degli anni Settanta, che grandi e bambini impararono a memoria e che ripetevano quando c’era da fare un appunto, una sgridata o peggio ancora.
Ebbene: la Calabria degli ultimi decenni è spesso presentata in modo non dissimile da quell’animaletto della pubblicità televisiva che ha segnato la storia del nostro Paese.

E’ il paragone dal quale muove Filippo Veltri, giornalista e scrittore di lunga e profonda esperienza, nel suo saggio (Callive Edizioni, 96 pp, 14 euro) intitolato appunto “Il brutto anatroccolo. Il caso Calabria tra degrado e narrazione fasulla”, nel quale auspica una revisione critica riguardo al racconto di quella regione.
La Calabria – secondo l’autore – viene descritta come una sorta di buco nero della cattiva coscienza dell’Italia tutta, che sembra avere lì trovato la causa di buona parte dei suoi mali, antichi e recenti, dalla mafia al degrado, dall’economia che non va al sottosviluppo. Occorre invece, a parere di Veltri – mutare attenzione e ottica per restituire alla Calabria una narrazione normale, non diversa ma semplicemente normale. C’è una Calabria piena di difetti, carenze e mancanze, ma c’è anche una narrazione nazionale che approfitta di questa situazione per scaricare nel “buco nero” calabrese tutti i mali del nostro Paese. Il libro (prefazione di Santo Strati) in poco più di cento pagine tocca quasi tutti i temi che rappresentano i tasselli della narrazione negativa della Calabria, cercando le strade per un mutamento di visione e di posizione che faccia emergere (senza ovviamente nascondere gli enormi problemi) una descrizione, dei dati e dei fatti da cui partire perché gli altri, in Italia e nel mondo, si accorgano che non solo i calabresi sono bravissimi, attivissimi e profondissimi quando sono fuori dalla Calabria, ma che anche la loro terra di origine è piena di bellezze e occasioni da cogliere. Magari nemmeno sfruttate a dovere.











