INTERVISTA ESCLUSIVA a Nicodemo Oliverio in occasione dei 110 anni dalla nascita di Aldo Moro

A cura del Direttore Pasquale Mancuso


Nicodemo Oliverio, già deputato calabrese della Margherita e dell’Ulivo ed anche, nessuno lo ricorda ma il dato è di rilievo storico, eletto con il simbolo dell’Unione (soltanto Michele Meta fu eletto come Oliverio con lo stesso simbolo in analoghe suppletive ), nelle suppletive del 2005, nel collegio calabrese n. 9 che ricomprendeva, con il “Mattarellum”, comuni del crotonese e del catanzarese, non ha dimenticato che, oggi, ricorrono i centodieci anni dalla nascita di Aldo Moro.

La Camera dei deputati, che ha visto la presenza dello statista, dalla Costituente al 15 marzo 1978, alla presenza del Presidente della Repubblica e delle più alte cariche delle Istituzioni, presenterà l’Edizione Nazionale delle Opere di Aldo Moro, curata dal Professore Renato Moro dell’Università di Tor Vergata, suo nipote.

Nicodemo Oliverio ci ha incontrato, nei giorni scorsi, e con grande generosità e tanta inesausta passione ha risposto alle nostre domande.

Onorevole Oliverio, lei è un cattolico democratico che ha avuto sempre come riferimento Aldo Moro; quale “rotta” ci lascia Aldo Moro in una stagione opaca e grigia ed apparentemente senza grandi orizzonti…

Aldo Moro è stato un raffinato statista, ha governato il Paese in anni difficili, ha preso per mano il più grande partito italiano, la Dc, aprendolo alla società che cambiava e che andava compresa per poter essere guidata. Moro è stato anche uno studioso raffinato, di grande cultura giuridica e attento osservatore e protagonista della politica internazionale.

A me piace ricordarlo con le parole pronunciate da Papa Paolo VI al suo funerale: era uomo “buono, mite, saggio, innocente e amico”.

Grazie alla sua “intelligenza delle cose”, cioè la comprensione di ciò che si muoveva nella comunità nazionale, sapeva ideare e costruire scenari sempre nuovi e all’altezza dei tempi. Moro continua a rappresentare per noi tutti un vero e proprio giacimento di idee che possono ancora suggerire riflessioni suggestive e fondamentali per governare società sempre più diverse e complesse.

Onorevole Oliverio, lei ha avuto la fortuna di essere allievo di Aldo Moro alla Sapienza di Roma; quale ricordo conserva del “suo” Professore Aldo Moro ed in quale periodo lo ha conosciuto?

È vero. Mi sono iscritto alla facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma nel novembre del 1975, sul finire del venticinquesimo Anno Santo. Nell’ateneo romano ho cominciato a muovere i primi passi di politica universitaria: sono stato eletto dagli studenti all’Opera universitaria, che era l’ente che si occupava del diritto allo studio.

In quegli anni Roma viveva una forte condizione di violenza che trovava terreno fertile nella povertà della città, nel degrado delle borgate e nella inadeguatezza della politica a gestire i processi e di dare una risposta concreta al bisogno della gente.

Di tutto questo ne era consapevole la Chiesa, stimolata anche dalla nascita di tanti movimenti e dalla vivacità del mondo parrocchiale, che promosse nel 1974 un importante convegno sulla “Responsabilità del cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia della diocesi”

L’iniziativa, fortemente voluta dal Cardinale Vicario Ugo Poletti e sostenuta da Paolo VI, fu ribattezzata come il “Convegno sui mali di Roma”.

La Chiesa guardò al futuro, a partire dalla concretezza del reale senza paura di nascondere le proprie debolezze e disposta a rischiare di fronte alle sfide del presente.

Durante l’anno accademico 1977-1978 ho frequentato il corso di Istituzioni di diritto e procedura penale, una disciplina fondamentale per l’indirizzo politico amministrativo.

Il Professore Aldo Moro era il docente del corso che con grande assiduità teneva le lezioni: quelle che non potevano essere tenute in facoltà perché occupata, le teneva nel suo studio privato in via Savoia.

In Università in quegli anni si respirava un clima particolarmente rovente caratterizzato dall’occupazione della città universitaria e dagli scontri tra estremismo di destra e quello di sinistra, che impedivano la presenza, anche solo fisica, dei giovani cattolici che volevano affermare una presenza politica nell’Università.

Il lungo corridoio di Scienze politiche era lo specchio di quei tempi difficili e del clima che si respirava. I manifesti di noi Cattolici Popolari si contendevano gli spazi con i tatzebao dei Collettivi degli autonomi di via dei Volsci.  E a un certo punto comparvero anche i volantini con la stella a cinque punte delle Brigate rosse che rivendicavano qualche loro attentato.

Moro vedeva con crescente preoccupazione la deriva violenta della contestazione giovanile, e consolidò nella nostra facoltà un rapporto con noi di Comunione e Liberazione.

Avendo conosciuto il suo modo di fare, con molta probabilità, il Professore mantenne in quel periodo rapporti solidissimi con quasi tutti i movimenti cattolici che erano presenti nell’Università, e forse anche con i movimenti non cattolici. Ne è testimone lo stesso Marco Boato.

Il suo cristianesimo non partiva dalle certezze della dottrina, ma dalle ansie e dai problemi di tutti, da una esperienza condivisa di vicinanza alla condizione umana.

Mi ricordo che nella Comunità di Scienze politiche tra i sessantadue militanti o semplici amici che versavano le decime alla Comunità vi era, assieme ad altri professori, Aldo Moro che lo faceva con grande assiduità.

Non era un contributo episodico per sostenere qualche attività   di CL: era una vera e propria partecipazione alla vita del movimento.

E, infatti, nonostante i tanti impegni istituzionali spesso veniva alle nostre iniziative. Chiedeva sempre di essere informato sulla nostra attività e ci chiedeva addirittura dei consigli.

Io spesso che frequentavo il suo corso fui incaricato dal Segretario della Comunità, Michele, a ritirare le decime mensili. Lo facevo con una timidezza della quale ancora oggi avverto i brividi. Ovviamente la difficoltà era tutta mia. A parte il suo lento parlare a bassa voce, sapeva metterci a nostro agio, mostrava una grande curiosità ed attenzione e ci rivolgeva tantissime domande.

Faceva l’appello a ogni lezione, proprio per stabilire un rapporto diretto con gli studenti. Aveva sete di capire i tempi difficili che si annunciavano.

Colpiva la sua capacità di mantenere salda la concentrazione, anche quando i ragazzi del collettivo entravano in Aula XI, dove ha sempre fatto lezioni, da una porta, mentre il Professore faceva lezioni e uscivano dall’altra porta, gridando slogan.

Non perdeva mai la pazienza e non interveniva nemmeno la scorta, pur vigilando con attenzione su tutto. Evidentemente aveva dato disposizioni in tal senso.

Tollerante anche con gli intolleranti, ma soprattutto attento a ogni suo studente, capace di delicatezze impensabili.

Ricordo che due colleghi che erano fidanzati seguivano il corso dallo stesso banco. A un certo punto decisero di sedersi su banchi separati. Il Professore, che si accorse della decisione dei due colleghi, con singolare attenzione all’appello di fine lezioni li chiamò per scambiare con loro qualche riflessione.

I due colleghi dovettero capire il messaggio, tant’è che dalla lezione successiva si trovarono ad essere di nuovo compagni di banco.

Non so come si è evoluta la storia sentimentale dei due colleghi, so per certo dell’attenzione di Aldo Moro nei loro confronti.

Anche io fui invitato qualche volta alla cattedra in occasione dell’appello per informarsi delle iniziative di Comunione e Liberazione e per capire come poteva essere di aiuto. Spesso partecipava anche alle nostre messe, mettendosi in ultima fila e comunque non in bella vista. Era Aldo Moro.

Aldo Moro firmò anche la sua tesi di Laurea riguardante le nuove misure delle riforma penitenziaria approvata nel 1975.

Si, è così. Nel mese di febbraio del 1978 il professor Moro mi firmò la tesi di laurea su “La rieducazione del condannato con particolare riguardo all’assistenza morale”.

Il lavoro, in modo particolare, verteva sullo studio delle nuove misure introdotte con la riforma penitenziaria del 1975, che ha segnato una svolta importate in relazione anche ai principi ispiratori della legislazione penitenziaria.

Queste norme abrogavano il regolamento carcerario fascista del 1931, basato su una filosofia della pena che vedeva nelle privazioni e nelle sofferenze fisiche gli strumenti per favorire il pentimento e la rieducazione del condannato.

Prima della riforma, il carcere era stato concepito principalmente come luogo impermeabile e isolato della società.

Mi ricordo ancora le emozioni di quel giorno in cui venne scelto il titolo della tesi e la voce ancora più sottile del professor Moro che con grande generosità mi diede i primi e, poi, unici consigli di lettura dei testi.

Il professore Franco Tritto, al quale mi affidò il professore Moro, oltre a prendere appunti, così come feci diligentemente io, tentava, con quello sguardo mite dagli occhi celesti chiari, di rassicurarmi sul lavoro che mi attendeva.

Ma il professore era proprio mite e prodigo di consigli, fino a coinvolgere anche il fratello, Alfredo Carlo, che era il Presidente del Tribunale per i minori di Roma.

Le lezioni del professore erano particolarmente impegnative.

Il tono del suo linguaggio era retto e la voce bassa.

La sua attenzione nei riguardi degli studenti era massima.

Comprendeva perfino i sentimenti dei suoi studenti e capiva benissimo il clima che si respirava nell’aula e nell’ateneo.

 Soprattutto sapeva ascoltare i giovani, perché riteneva che essi “erano meglio di quanto appaiano. Per pochi contestatori si intende dare un giudizio negativo globale e si fa tanto poco per aiutarli”.

Anche per questo Moro è stato uno dei pochissimi politici che ha capito il 68 nel 68.

Di Moro politico sappiamo tutto, del Professore Aldo Moro soprattutto su come gestiva la quotidianità delle lezioni agli studenti sappiamo poco…. ci racconti…

Lo stile era didascalico ma non convenzionale.

Si caratterizzava da una vibrante personalità etica.

La tecnica espositiva era sostenuta da un linguaggio figurato che conferiva visibile materialità alla realtà sottostante, alle astrazioni concettuali della dogmatica, restituendo umanità alla relazione giuridica o interpersonale che si instaura nella vicenda criminosa.

Le modalità espressive del professore Moro e la lentezza con cui portava avanti le lezioni consentivano a noi tutti di prendere appunti, anche se le numerose frasi incidentali, a volte, facevano perdere il filo del ragionamento.

Ad ogni modo di quelle lezioni sono riuscito a prendere dei buoni appunti che, qualche anno più tardi, su sua richiesta, prestai, anzi fece dono, a Franco Tritto, impegnato a trascrivere e commentare le lezioni del Pro. Aldo Moro di qualche anno prima.

In quegli anni di profonde trasformazioni, animati da grandi spinte riformatrici, come  interpretava Aldo Moro il rapporto tra persona e giustizia, tra pena ed umanità della rieducazione.

Emergeva dalle lezioni di Aldo Moro una vera complementarità tra diritto, politica e morale.

L’idea di fondo era che la persona rappresenta, allo stesso tempo, il principio e la fine dell’esperienza giuridica. Il suo argomentare partiva dall’uomo per giungere all’uomo.

L’autore del reato era sempre rappresentato come persona libera di scegliere tra il male e il bene.

Le sue lezioni si dipanavano nell’approfondire ogni possibile angolazione degli istituti penalistici, che venivano letti ed interpretati alla luce dei valori più profondi di giustizia libertà e verità.

La pena, con le sue limitazioni, con i suoi svantaggi, è il segno del bene che riprende il suo dominio nella vita umana e nella vita sociale. E cancella il male. Non deve essere, quindi, una crudeltà, perché essa è finalizzata alla riaffermazione del bene nella via. Non è un male per il male, ma un bene finalizzato alla reintroduzione nella vita sociale.

Con la pena si colpisce l’uomo per ritrovare la persona nella sua capacità di orientamento in senso morale e sociale.

La pena ha, pertanto una funzione restauratrice affinché la persona possa essere cambiata, emendata.

La rieducazione consiste, nel pensiero giuridico di Moro, nell’introduzione del condannato nella realtà.

Quanto del giovane parlamentare di Maglie possiamo ritrovare nelle parole dell’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

La pena, pertanto, deve essere finalizzata. Essendo essa riparazione, compensazione ideale, deve essere umanamente indirizzata.

 L’art.27 della costituzione parla di rieducazione del condannato.

Si tratta di attribuire alla pena, oltre che la finalità propriamente punitiva, questa nobile finalità di recupero sociale, di rieducazione, di innovazione, di riforma. Si mtratta di cambiare l’uomo per quanto è dato di cambiarlo.

I dati fondamentali restano, ma nell’opera di educazione, di formazione sociale, nell’influenza esercitata sulla persona detenuta, l’uomo può cambiare.

Nell’atto in cui puniamo, infliggiamo una sofferenza al detenuto, questa sofferenza non è fatta per far soffrire. È strumentale ad una finalità di rinascita, di rinnovamento sul piano morale e sociale.

Soffrire non fine a sé stesso, ma ripensare, rimeditare, sollecitata dalla pena per modificare e rinnovare l’uomo, che ha commesso il reato.

L’indicazione di questa finalità nell’articolo 27 della costituzione risponde ad una esigenza politica fondamentale. Questa sofferenza non è rivolta a schiacciare la personalità, ma è uno strumento necessario per una finalità più alta, per una finalità di rieducazione del condannato e di reinserimento della nell’ambito della vita sociale.

Si scava nella personalità attraverso la pena, si inserisce il pungolo della tristezza, della mortificazione che la pena immediatamente esprime, ma per una finalità restauratrice, per ritrovare, attraverso la pena, la persona modificata, emendata. E questa rappresenta una finalità di sicurezza sociale.

Una finalità rieducativa e riformatrice: cambiamento dell’intimo della persona per ritrovare dei soggetti idonei alla vita sociale.

E questo non è contraddittorio con una concezione retributiva, etico-retributiva- della pena. Anzi.

L’intervento repressivo e l’intervento preventivo procedono assieme avendo di mira, con diversità di mezzi, lo stesso fine generale, che è la difesa della società.

La pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale che non possono abbandonarsi ad istituti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità di dare al reato una risposta quale si esprime una pena giusta.

È vero che Aldo Moro rifiutava concettualmente la pena dell’ergastolo?

Per Aldo Moro la pena perpetua non è umanamente accettabile. Proprio in ragione di queste profonde convinzioni nutriva seri dubbi sulla costituzionalità dell’ergastolo, giustificabile solo nel caso siano previsti percorsi che dopo la “rieducazione diano una seconda possibilità, anche a chi è gravato dalla sanzione del “fine pena mai”.

Con i suoi allievi Moro condannava “quella rassegnazione che è uguale ad abbruttimento, che è caratteristica della pena perpetua, ritenendola estremamente pesante, estremamente grave, umanamente non accettabile”. Sono le parole di Moro.

La pena deve essere, in un primo momento rivolta al passato, con la sua funzione di negazione e cancellazione del reato, in un secondo momento, però, deve guardare all’avvenire, con la sua funzione rieducativa e di sicurezza sociale.

Il cristianesimo di Moro, ha, quindi sempre illuminato il suo percorso di giurista; la sua dottrina non ha mai dimenticato l’esperienza condivisa di vicinanza alla condizione umana. Quanta è vera l’affermazione di Italo Mancini: “Moro era l’uomo più pio e più laico della politica italiana.”