
La figlia della testimone di giustizia aveva testimoniato contro il padre nel processo per l’omicidio della madre.
È morta a 35 anni Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese assassinata dalla ’ndrangheta nel 2009. Secondo quanto riportato dalle prime notizie, Denise è deceduta in ospedale dopo quattro giorni, a seguito di un tentativo di suicidio. Aveva la stessa età della madre quando Lea fu uccisa. Corriere della Calabria
La sua storia è inseparabile da quella di Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro, nel Crotonese. Nel 2002 Lea decise di rivolgersi alla magistratura e di diventare testimone di giustizia, rompendo il silenzio sugli affari criminali e sulle faide interne alla ’ndrangheta che coinvolgevano anche il suo ex compagno, Carlo Cosco.
Il 24 novembre 2009, attirata a Milano con il pretesto di parlare del futuro della figlia, Lea fu sequestrata e assassinata. Il suo corpo venne trasferito in Brianza e dato alle fiamme nel tentativo di cancellare ogni traccia. Le indagini portarono successivamente al ritrovamento dei resti della donna e alla condanna dei responsabili. RaiNews
Ancora giovanissima, Denise scelse di testimoniare contro il padre e si costituì parte civile nel processo per l’omicidio della madre. La sua deposizione contribuì a ricostruire la verità sulla vicenda. La Cassazione confermò quattro condanne all’ergastolo e una condanna a 25 anni di reclusione. Sky TG24
In aula Denise aveva detto:
«Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».
E ancora:
«Il giorno della sentenza non ho gioito. Mi hanno rovinato la vita, ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto provo pena per lui. Non ha capito che cosa si è perso: una famiglia, una figlia, l’amore che avrebbe potuto avere».
Parole che raccontavano il dolore, ma anche la straordinaria complessità di una ragazza costretta a crescere troppo presto, segnata dall’assassinio della madre e dalla necessità di affrontare il proprio padre in tribunale.
La morte di Denise riapre una ferita profonda e impone rispetto, silenzio e riflessione. La sua vicenda, come quella di Lea, ricorda quanto sia difficile il percorso di chi sceglie di rompere il muro dell’omertà e quanto sia necessario garantire alle vittime e ai testimoni di giustizia sostegno, protezione e la possibilità concreta di ricostruire la propria vita.
